Riflessione sull’ego narcisista…. tratto da:

Claudio Risé, Felicità è donarsi, contro la cultura del narcisismo e per la scoperta dell’altro, Spearling paperback 2004

“Viviamo, si dice, nella cultura del narcisismo. E il povero Narciso, si sa, era soprattutto un terribile egoista. Ciò che lo appassionava era esclusivamente se stesso, anzi la propria immagine, che contemplava, innamorato, riflessa nell’acqua.
Dietro quell’immagine cercava di afferrare il suo Ego, che per lui era tutto, tanto da non interessarsi né della bella ninfa Eco, che lanciava verso di lui il suo lamento d’amore, né di null’altro. Sappiamo come finì: con un annegamento. Le immagini, infatti, non si lasciano afferrare, e dietro quell’apparenza di un attraente Ego, non c’è proprio nulla.
Tuttavia, e molto imprudentemente, oggi all’Ego, così come al culto di sé, si intitolano libri, trasmissioni, giornali.
Si moltiplicano i: Per sé, Yourself, e altri periodici patinati, più svariate trasmissioni televisive, e tutti compongono un rumoroso coro che incita a occuparsi sempre dello stesso esploratissimo pianeta: il proprio Ego, la sua immagine, le sue paturnie, ansie, velleità.
L’intenzione è quella tipica delle epoche di malessere: star bene. Siccome l’individuo avverte di non sentirsi benissimo, gli si consiglia di occuparsi sempre di più dei suoi malesseri, del suo Io malmostoso. E così, il poveretto sta sempre peggio.
Infatti, la cultura del narcisismo confonde (tra l’altro) il nostro povero ombelico (non a caso sempre più esibito dalla moda) con la cornucopia, la mitica coppa dell’abbondanza.
Non è così: possiamo guardarcelo e riguardarcelo, ma non ne uscirà mai nulla, e tanto meno oro, e magici profumi. È una feritina che fatalmente tende alla sporcizia, inutile girarci intorno o scrutarla con speciali obiettivi, non mostrerà mai altro che la sua insignificanza.
La felicità, care lettrici e lettori, sta da un’altra parte.
Per lasciarla avvicinare, dobbiamo fare esattamente il contrario che raggomitolarci su noi stessi, nell’ossessiva difesa del nostro presunto benessere, che in realtà è un dannatissimo malessere.
Dobbiamo alzare lo sguardo al di sopra del nostro celebrato ombelico, e poi ancora più su.

E dopo, finalmente, guardando non verso di noi, ma davanti a noi, cercare l’altro. L’altro uomo, l’altra donna, l’altra moltitudine di essere umani, e poi, ancora al di là, di esseri viventi. E, finalmente, lasciarci stupire, e incantare, dalla loro meraviglia e dal loro disastro, dalla loro bellezza e dal loro turbamento. Accogliere e riempirci di tutta questa vita che c’è al di fuori di noi, attorno a noi. Una vita che ci interpella, ci chiede, ci provoca, ci tocca, se soltanto noi glielo consentiamo.
Dopo, una volta incontrato con lo sguardo l’altro, e dietro di lui l’intero mondo vivente, finalmente possiamo, e dobbiamo, fare il gesto.
Tendiamo la mano. Offrire, offrirci. Donare e donarci.
È allora, e soltanto allora, che tutto può cambiare. Che la vita, quella vera, la straordinaria vita umana, può cominciare. Che la mitica cornucopia, la coppa dell’abbondanza e della felicità, può finalmente rovesciarsi su di noi. Allora tutto questo diventa davvero possibile.
Perché abbiamo alzato lo sguardo sull’altro, sugli altri, e abbiamo fatto il gesto del dono. Siamo entrati così in contatto con il mondo delle eterne abbondanze, della straripante ricchezza del vivente, che è lì pronta a rovesciarsi su colui che smette di chiedere, e di trattenere, e di trattenere avaramente. E dona…
È solo donando che diventiamo partecipi delle abbondanze, perché è solo così che usciamo finalmente dal mondo chiuso, asfittico dell’Ego, dove regnano la povertà piagnucolosa e il bisogno nevrotico. È allora che ci lasciamo dietro il castello stregato del “per sé”, con le sue sale piene di specchi magici, che dovrebbero farci apparire bellissimi, e invece ci deformano sempre di più.
Correndo fuori dal labirinto a specchi, da brutta fiera, possiamo invece, finalmente, abbeverarci alle sorgenti profumate del “per te”. L’altro, gli altri, il mondo vivente, sono lì che ci aspettano, con tutta la loro energia, e la loro meraviglia.
Perché ci spalanchino le porte dobbiamo solo alzare lo sguardo, e osare guardarli. E in quel momento, come Parsifal quando guarì Amfortas, sovrano del Graal, condannato da una malattia purulenta, dire la parola forte: “Dimmi cosa ti strugge?”
Solo allora la felicità, che non è sogno, utopia, ma aria necessaria per vivere davvero comincerà a spirare, leggera, attorno a noi.
Non si può trovare esattamente lo stesso tipo di essere umano in nessun’altra parte dell’esistenza e in nessun altro momento dell’eternità.
Solo una volta. Questo riguarda voi, i vostri amici, i vostri nemici, i vostri cari e coloro che odiate. Tutti sono assolutamente unici.
Se percepite qualcosa come unico, gli darete valore. Se darete valore a una cosa, questa non vi creerà problemi e da ciò nascerà l’Unità.“